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PAPIRI

L’invisibile universo di una ninfa

fotografie di Giuseppe La Colla

di Gino Carpi

  

Uno degli aspetti della fotografia che personalmente e maggiormente prediligo è quello del romanticismo, specie se creato sulle basi di una fredda tecnologia, quando l’artista sa dirigerla nell’universo delle sue visioni, spesso legate a forti sentimenti, a storie personali che si traducono in lavori unici dalla forte componente artistica e per questo emotiva.

Il romanticismo  o  pittorialismo fotografico è una scelta difficile e insidiosa, irta di banalità da evitare e stilemi da ignorare, per questo anche affascinante in quanto aperta ad imprevedibili emozioni, da scoprire  semplicemente, coltivando o cogliendo una intuizione giunta da non si sa dove, una parola, un profumo, una vecchia cartolina sbiadita o quella infinita serie di pensieri che ci legano a un passato che è esistito e a un futuro che ancora attendiamo di vivere.

“Papiri#BW_IR” (si legge “Papiri hashtag black and white underscore infrared”) è il titolo che è stato  scelto per connotare nel tempo attuale il lavoro dell’autore. Un progetto romantico, quindi anacronistico, quindi fuori dalle tendenze e dalle aspettative di un pubblico contemporaneo. Ma a Giuseppe La Colla non importa nulla dei consensi di facciata.  Adopera pesanti apparecchi e pellicole all’infrarosso, sviluppa e stampa, di notte, con fatica, per toccare le sue visioni, per vivere anche se solo per un attimo l’emozione di una immagine che si rivela, di un sogno che prende forma sulla carta fotografica. Ecco la necessità di un riferimento cronologico.   

La mostra  Papiri#BW_IR  è il compendio di tutto questo.                             

Il progetto è stato realizzato all’interno della riserva Naturale protetta del Fiume Ciane (Siracusa) dove Giuseppe La Colla si appropria dei rimandi sensoriali di un paesaggio, esclusivo nel suo genere, per trasformarlo in una nuova unicità, ricostruendo, con codici diversi e nuovi significati i luoghi di un antico mito, la leggenda di Ciane e Anapo, accarezzato per millenni dalle lunghe chiome dei papiri che lì abbondano, unico luogo nel mondo oltre il natìo Egitto.

L’uso dell’Infrarosso distacca risolutamente l’autore dalla realtà, La Colla sceglie di abbandonare le certezze per avventurarsi nell’infinito universo delle visioni oniriche, nelle profondità sconosciute e impenetrabili della mente nell’assoluta sicurezza di trovare, tra le chiome di questi papiri, una dimensione ancora da scoprire.  

Ed ecco il romanticismo che prorompe e ammalia, che addolcisce e guarisce le malinconie della vita, quando siamo certi che nulla potrà più scuoterci o che nulla potrà più emozionarci. Per niente scontati, la tecnica e il gusto compositivo di La Colla svelano, paradossalmente attraverso l’invisibilità  della luce infrarossa, i paesaggi del mito. Gli scenari della leggenda affiorano tra le sorgenti e il corso del fiume, i luoghi dedicati alla ninfa Ciane appaiono come luoghi surreali abitati da una popolazione canuta di creature fantastiche. L’acqua si scorge appena, le ombre si aprono e si chiudono in una alternanza irreale di chiaro scuri, dove il cielo lascia il posto ad uno sfondo scuro, proprio della notte, ma che notte non è.

Oltre la fotografia che registra e basta, oltre il detto e il fatto, è il mondo delle idee e dell’arte.

Il mondo reale e tangibile delle emozioni che non appartiene solo agli artisti, ma a tutti coloro che vedono l’invisibile e che lo cercano.

Giuseppe La Colla, fotografo senza tempo, ci regala le sue visioni, ci fa dono dei sogni di una ninfa, Ciane che forse riusciremmo a scorgere tra i papiri delle fotografie, se solo ci credessimo.

 

  

 

 

30 aprile - 15 maggio 2016

LO SGUARDO DI ULISSE

POSATO SUL CIANE

Nota sulla fotografia di Giuseppe La Colla 

 

di Salvo Sequenzia

 

Ciane. Un luogo dove mito, storia, natura ed arte si fondono. Uno straordinario landscape divenuto, sin dagli albori della civiltà occidentale, mindscape, paesaggio mentale, e perciò raccontato, cantato, dipinto, immaginato.

In questo luogo è il silenzio a regnare, insieme al melos dell’acqua e al nomos del papiro, scosso dal vento come una corda d’arpa.

Per Roland Barthes, una delle condizioni che producono  l’estasi  temporale – che sorge tra l’osservatore e l’immagine fotografica – è il silenzio:

«Non dire niente, chiudere gli occhi, lasciare che il particolare risalga da solo alla coscienza affettiva»

Con questo passaggio, tratto da La Chambre Claire, il semiologo francese trae una riflessione sul processo soggettivo esercitato dall’immagine fotografica sul fruitore - lo spectator - tramite un gioco di rimandi e di connessioni involontarie, scandito da  aspetti razionali ed informativi che scaturiscono dall’immagine fotografica, e da  impressioni intime e personali suscitate irrazionalmente sullo spettatore da un dettaglio - il punctum - che ne determina l’aspetto emotivo.

Il silenzio è la dimensione liminare che si coglie nel ciclo di fotografie che  Giuseppe La Colla ha dedicato ai luoghi del Ciane.

il silenzio del paesaggio funge da protagonista e da filo conduttore di una teoria di immagini che si compone come un linguaggio che aderisce ed interpreta un altro linguaggio – quello del genius loci -  per divenire uno spectrum che registra l’atmosfera del luogo.

Si tratta di un silenzio che preclude la presenza dell’uomo, manifestandone, tuttavia, la sua esistenza in una dualità che implica l’assunzione di diverse prospettive ontologiche: da un lato, la percezione della regolarità e della ‘coesione’ di uno spazio immobile,  che rinvia  al concetto classico di ordine - sintesi di razionalismo e mito - come teorizzato nel Laooconte di Lessing; dall’altro, l’immediatezza delle sensazioni associate alla contemplazione aleatoria della natura, percepita e restituita attraverso l’immagine fotografica come visibilità empirica in continua evoluzione, il panta rei inteso come mutamento e scorrere incessante della realtà.

In queste fotografie il set visivo accoglie l’elemento equoreo, quello vegetale, la dimensione spaziale e l’atmosfera componendoli in una ‘narrazione’ nella quale ‘precipitano’  e si depositano mito, storia, natura.

Assenza  di ogni  vivente, immobilità luminosa dello spazio, vibrante nello sguardo del fotografo, nuovo Ulisse tornato nei luoghi del mito  con gli occhi ricolmi di cose viste, che, in quel luogo, d’improvviso, vengono ‘azzerate’.

Una sintassi essenziale domina la composizione fotografica.

Essa si dispone lungo due assi, uno orizzontale l’altro verticale: l’orizzontalità del tempo della natura, determinata dal piano equoreo; e la verticalità del tempo mitico, determinata dal piano erboreo. Queste linee sono anche vettori di un’assiologia etico-esistenziale e spazio-temporale: l’esperienza individuale ed il vissuto collettivo il passato, la memoria.

La verticalità del papiro si impone alla vista e svetta sullo specchio d’acqua, piantato al confine incerto fra la vita e la morte, fra il tempo che scorre in superficie e il non-tempo ‘raggelato’ sul fondo del fondo, fra l’abisso e la sua vetta aureolata, fra Altezza e Profondità metafisiche.

Alla luce della metafora degli orizzonti temporali che Giuseppe La Colla esprime nelle sue fotografie, lo sguardo ulìssico disteso sul mondo coincide con il tempo stagnante che fissa la dimensione meridiana di attesa irrisolta e inquietante, e introduce a un sentimento del tempo e dello spazio quasi eroico, di isolamento, di separazione dal tempo presente, in bilico fra realtà e irrealtà come «quel tempo ormai diviso» di cui scrive il poeta Giorgio Caproni, che, dopo lunga ‘metamorfosi’ – nella ‘circolarità dell’esperienza assoluta che lega il luogo al suo ‘racconto’ -  ritorna a configurarsi come un «tempo ancora intatto ed indiviso», spazio eterno in cui fiorisce il mito cantato dai poeti e dipinto, disegnato, ‘immaginato’ dagli artisti in ogni epoca.

Un’atmosfera così ispirata e fremente, tutta mentale eppure descritta con ritmica accensione emozionale, tinge le  immagini di ricordanze tonali e dà allo spazio il senso di una  geometria purissima, casta e quieta, espressione di una immota vita arborescente in un paesaggio di pace e di silenzio, sottratto al tempo e traboccante di assenze.

Giuseppe La Colla si separa dalla fotografia documentale o reportage, contrapponendo un ‘pittorialismo’ che rimane fedele al banco ottico del suo apparecchio fotografico e realizza rappresentazioni pittoriche delle sue immagini, restituendo al nostro sguardo un ‘paesaggio percettivo’ sulla falsariga delle composizioni di Eugène Atget, dove si coniuga la mediazione del paesaggio esterno, oggettivo e tangibile, con quello ‘interno’, nascosto e mutevole. 

Quella che La Colla ci offre, in  questa sua esposizione, è una visione puramente soggettiva, legata indissolubilmente all’esistenza, ai ricordi e alle emozioni connesse ad un paesaggio, dove il nostro vissuto – e non l’artificio dello spazio costruito o qualsiasi teatralità – si esprime con il dispiegarsi dell’esperienza personale e del legame affettivo alla propria terra, che diviene nostos, viaggio profondo nei luoghi del ‘non dire’. I luoghi del mito.

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