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SILENZIO, IMMAGINE, NOSTOS

 

Nota sulla mostra fotografica

Vintage/Age di Luca Dimartino

 

di Salvo Sequenzia

 

 

«La fotografia dev’essere silenziosa».

Così ammoniva  Roland Barthes ne La Chambre Claire: Note Sur La Photographie, fissando uno degli assiomi imprescindibili perché, chi si accosti a una immagine fotografica, possa vivere, quasi sciamanicamente,  l’estasi temporale che può sorgere quando la soggettività  sprofonda nell’immagine sino al suo ‘grado zero’: «Non dire niente, chiudere gli occhi, lasciare che il particolare risalga da solo alla coscienza affettiva».

Barthes ricostruisce il processo per cui un dettaglio ‘marginale’, colto dall’occhio del fotografo e fissato nell’immagine fotografica, emergendo dalla superficie delle forma rappresentata, instaura un gioco di rimandi, di  connessioni, di implicazioni dal quale affiora, nella lenta durata del tempo della visione,  un ricordo involontario, un’impressione assolutamente intima e personale, che viene ad agglutinarsi all’immagine, sino a formarne parte coerente del proprio destino di significazione.

Nella serie di emulsioni che il fotografo-poeta Luca Dimartino espone in Vintage/Age, mostra sapientemente allestita presso la Fototeca Siracusana dall’ottimo Salvo Zito,  la folgorazione e il supplemento del punctum, che sembra afferrare l’osservatore solo quando la coscienza vigile, imprigionata tra le griglie codificate del significato, dello studium, lascia la presa, si realizza in questo «sforzo di silenzio», in una tensione emotiva e conoscitiva che rinvia all’esperienza estetica nella sua dimensione ancipite di atto ‘poietico’ e ‘mantico’: «chiudere gli occhi, è far parlare l’immagine nel silenzio», indica Barthes.

Gran cesellatore di immagini preziose, brividate da una estrema politura formale e da una tèchne raffinata, Luca Dimartino è un fotografo-mistagogo, per usare un termine caro a Bernard Stiegler ed introdotto nel suo  Mystagogies: ovvero un artista  che nella sua opera fotografica riesce ad esprimere il potere demistificante dell’atto creativo nella possibilità che esso ha di infrangere la durata del tempo storico e di ‘raccordarsi’ - ‘poieticamente’, appunto - a un tempo mitico, realizzando quel ‘salto’ nell’indicibile, nell’ineffabile che trasforma l’esperienza ‘profana’ della percezione estetica nell’età del disincanto dell’arte contemporanea, in esperienza che ‘trattiene’, che chiama a una ‘salienza’.

Nella scelta del piccolo formato, che Dimartino predilige, rifacendosi a una illustre tradizione afferente alla maniera della pittura ‘fiamminga’ di comporre e di declinare i set della visione, che in Italia è stata fecondata dalla sensibilità della ‘maniera’ quattrocentesca e cinquecentesca, si coglie l’extra-ordinarietà del lavoro del fotografo colto, tesa a realizzare una performatività mistagogica dell'opera, che non opera se non alla condizione di rivelare il mistero dell'extra-ordinario, rinviando a un altro piano; ed essa è, in tal senso, un indirizzo, e in ciò anche una destinazione. Un destino.

I piani di consistenza dei fotogrammi di Dimartino sono i piani di consistenza di cui parla Deleuze come credenza nel mondo, in un discorso nel quale la dicotomia tra scienza ed arte, tra tecnica e creazione viene superata dall’esigenza di concepire nuovi linguaggi e nuove epistemologie. In tal senso, l’attività di fotografo, di poeta e di artista di Dimartino costituisce una mistagogia dell'immanenza. 

Questa immanenza si dà, principalmente, nel carattere fattuale dell’opera, nella ‘stratificazione’ dei piani, nella resa della texture, che, oltre a porsi quale cifra stilistica, procedura esperienziale, abilità tecnica e compositiva, si qualifica in quanto   operazione gnoseologica.

Ai giorni nostri – nel tempo del disamore –  diviene sempre più difficile dire che si ami un'opera: la si trova, in taluni casi, tiepidamente, ‘interessante’.

“È interessante”: questo è il tipo di giudizio, in apparenza tipico del  ‘postmoderno’ acculturato, né negativo, né propriamente affermativo, che si sente più spesso. Un giudizio mediocre – intendendo per  mediocris, in senso stretto, il giudizio medio dell'uomo medio, sottomesso agli strumenti della post-modernità, all’enciclopedia e alla  cultura della società del Super Uomo di massa, il cui avvento veniva profetizzato da Umberto Eco già negli anni Settanta.

Le opere fotografiche di Luca Dimartino rifiutano, rinunciano, ribaltano una tale prospettiva gnoseologica, questa tiepida e farmacologica esperienza conoscitiva.

Esse invitano a varcare la ‘soglia’, nel gioco delle dissimulazioni e delle strategie ecolaliche – per altro già annunciate nel titolo della mostra, nel quale il termine ‘Age’ è assorbito all’interno di ‘Vintage’, secondo un procedimento paronomastico dettato dall’homeoteleuton, come se i due termini fossero due immagini che si riflettessero, ma parzialmente, in uno specchio -  che rinviano all’antico, alla complessità ‘imaginalis’ del mito di Narciso, alle visioni periegetiche dei viaggiatori  del Grand Tour, al poetismo filo-elennico sassone, tedesco, olandese, che il fotografo ‘mima’ nella scelta dei temi: i paesaggi iblei, i luoghi della civiltà greco-romana, le pieghe e le incisioni del Barocco, i frammenti di un ‘piccolo mondo antico’ rievocati e rivissuti  in una intensa, assorta, intima reverie.  

La predilezione di Dimartino per il frammento, per la frattura che ‘riga’ la levigatezza dell’immagine fotografica, che scava l’immagine per portarne alla luce quel «nulla di  inesauribile segreto» ungarettiano, è strettamente legata al suo interesse per la poesia,  che lo spinge a immergersi nella dimensione dis-piegata dei significanti della visione sino a intravedere un ‘terzo senso’, un supplemento che sfugge alla dicotomia denotazione-connotazione e che è paragonabile all’esperienza estetica dell’haiku, complessa operazione creativa della civiltà nipponica nella quale immagine, durata, segno, gesto, silenzio, suono convergono, collidono, colludono in un gesto anaforico senza contenuto significativo, una specie di ‘grafito’, di strato multisensoriale dal quale viene ‘rigato’, attraversato, segnato, intuito  il senso.

Le opere fotografiche di Luca Dimartino sono, appunto, un haiku delicatissimo, intenso; arresto della continuità lineare del tempo, folgorazione della significazione,  realtà nascosta, non parallela, ma tangente rispetto alla realtà rappresentata nella diegesi, che urta il senso il senso ottuso della contemporaneità  disseminando una realtà fotografica nella quale il fotografo si spinge invitando lo spettatore – lo spectator – a lasciarsi attraversare e affascinare dalla silenziosa dimensione, protesa e pensosa, perturbante, delle sue immagini. Dove poter, infine, smarrirsi. O, forse, ritrovarsi, come in un meraviglioso Castello dei destini incrociati di calviniana memoria.

 

 

 

 

12 - 30  maggio 2017

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