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AL DI LA' DEL MURO

STORIE DI ROM

di   Arianna Di Romano

 

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I VOLTI VICINI DI STORIE LONTANE

 

di Gino Carpi

 

 

     Il mestiere del fotogiornalismo o del reportage ha il compito di raccontare e mostrare attraverso il filtro della personalità del fotografo “realtà” lontane, inaccessibili o semplicemente ignorate dai più: realtà culturali, geografiche, storiche con cui stabilire un rapporto, essendo questo uno degli scopi principali della Fotografia e Arianna Di Romano è un’attenta e raffinata reporter, le sue immagini narrano prendendo il posto delle parole scritte, con passione e sentimento.

     Una ricerca “pura” per una indagine condotta senza committenza e per questo autentica. Il reporter testimonia e racconta le storie di cui si fa carico emozionalmente, elabora una personale interpretazione attraverso la messa a punto di uno stile etico ed estetico, al fine di condurre il lettore dentro la propria realtà emotiva pur lasciandolo libero nelle sue conclusioni.

     Molto diverso dalle mostre di fotografia puramente artistica, il reportage fotografico affronta un livello di complessità di lettura superiore. L’uso della fotografia non è finalizzato alla singola immagine ma alla coerenza dell’insieme, alla comprensibilità della narrazione resa possibile dallo stile dell’autore il cui coinvolgimento nella storia narrata è esso stesso parte della storia, affinché il racconto possa essere credibile e coerente per entrare a far parte delle esperienze del pubblico, nonché nelle personali sfere emotive.

     Il lavoro “Al di là del muro” della fotografa Arianna Di Romano è stato realizzato nella comunità rom di  Carbonia in Sardegna, e in quelle di Belgrado e Sarajevo.

      Le foto raccontano  i volti e le singole storie di un popolo con il quale da secoli si convive, sconosciuto alla maggior parte di noi e per questo trattato con distaccata freddezza.    

Un racconto da vedere per una nuova esperienza.

 

 

 

Questa straordinaria avventura ha inizio nel luglio 2016 all’interno dei campi rom di Carbonia, cittadina del Sulcis Iglesiente nella quale alcune etnie serbe e bosniache sono stanziali da decenni. Il confronto appassionante, nato attraverso i racconti carichi di fierezza e di nostalgia, ha accresciuto ancora di più il desiderio di conoscenza di questo popolo, spingendomi a visitare i loro paesi di origine, dalle periferie di Belgrado a quelle di Sarajevo.

La raccolta di immagini e storie scaturite dal viaggio danno vita alla mostra, il cui titolo fa riferimento a un muro, una linea di confine fatta di mattoni costituiti da pregiudizi, indifferenza e diffidenza.

L’obiettivo di questo lavoro è che il muro in questione possa essere oltrepassato, consentendo a chi sta fuori, di guardare al suo interno senza condizionamenti, ma semplicemente osservando le espressioni di coloro che, con grande entusiasmo, hanno accolto chi voleva “raccontarli”. Che i volti e le storie di questo popolo oltrepassino i confini dei loro campi e dei loro spazi vitali. Che possano raccontarsi in una documentazione che prende forma attraverso la valorizzazione dello scambio.

Documentare significa costituire la memoria storica di un territorio e dei suoi gruppi sociali, permettendone l’apertura all’esterno, in una prospettiva di superamento di tutti quei “confini limitanti” dello sconosciuto verso il conosciuto.

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