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/alfio torrisi

Esiste l’isola di Ortigia opulenta, quella delle chiese, dei monasteri e dei lussuosi palazzi, tronfia nel mostrare, quasi esibire lo splendore del barocco siciliano.

E’ l’Ortigia dei turisti che, da tutto il mondo vengono per ammirarne le bellezze.

 

Ma, se si ha il tempo e la voglia di allontanarsi dagli itinerari principali, quelli suggeriti dalle varie guide turistiche che come viatici accompagnano i passi del visitatore, per addentrarsi nel dedalo di viuzze, nel labirinto dei vicoli, è possibile scoprire un altro aspetto d’Ortigia. Che non è meno suggestivo e che riserva altri tipi d’emozioni.

 

E’ l’Ortigia più vera ed autentica, quella che fu della gente comune, dei pescatori, dei commercianti e dei piccoli artigiani, dimore di gente umile e laboriosa. Quasi inesistenti le case dei contadini perché non c’è spazio ad Ortigia per la terra da coltivare. E’ un isolotto di rocce e sassi, gli spazi verdi praticamente inesistenti. Ciò nonostante il desiderio di verde resiste nella sua essenza più minuta, umile, elementare. Qualsivoglia contenitore è adibito e riutilizzato a mò di vaso per coltivare il basilico, le essenze aromatiche, qualche striminzita pianta ornamentale che combatte una strenua lotta per la sopravvivenza alla salsedine dei venti marini e all’implacabile calura delle torride estati siciliane, quando l’alito caldo dello scirocco sottrae energie agli uomini, sfianca le bestie, inaridisce le piante.

 

Quartieri una volta abitati in prevalenza da arabi contigui ad altri una volta popolati da ebrei e da cristiani, insediamenti espressione d’una mescolanza etnica pacifica e tollerante. Quartieri dove ciascun gruppo, aggregandosi, riusciva a mantenere una propria identità sociale e culturale in un tessuto urbano spontaneo, caotico, senza regole.

Case costruite con pietre sottratte al mare, con tufo calcareo e malta. Costruzioni che, nella loro semplicità, curavano piccoli, a volte insignificanti dettagli di bellezza che ancora resistono.

Dammusi e “bassi” dalle alte volte, archi in pietra che sostengono fregi, frutto del lavoro e dell’abilità di artigiani che riprendono le forme, le volute, i profili, le sagome della tradizione barocca. Vicoli ciechi, labirinti e cortili che erano anche punti di aggregazioni sociali dove, tempo permettendo, si viveva all’aperto, in spazi comuni, al fresco d’un fico o d’un albero di gelso d’estate o al riverbero del calore d’un muro per scaldarsi al sole d’inverno. Spazi dove i bambini avevano modo di giocare all’aperto sotto l’occhio vigile delle madri, una sorta di “agorà” dove discutere (magari spettegolare), cucire o ricamare e, per gli uomini, finalmente riposare al ritorno delle quotidiane fatiche.

Perché d’aria, di sole, di luce erano carenti i tuguri di pochi metri quadri che ospitavano intere famiglie in una promiscuità di genti e, a volte, di bestie. Ché se i palazzi nobiliari ospitavano nei piani terreni le stalle e le scuderie, il popolino era costretto a trovare rifugio ed ospitava, spesso nello stesso ambiente, o in ambienti contigui, uomini e animali.

 

Poiché, in un isolotto di così ridotte dimensioni, gli spazi erano, sono, per forza di cose, limitati. Tanto che, i greci, dopo lo sbarco nell’isola, territorio a loro sacro, costruirono qua i loro primi templi, in onore di Apollo e Athena, ma successivamente preferirono espandersi nell’entroterra dove, approfittando di spazi più idonei, costruirono la loro “neapolis” con gli edifici di governo e di svago.

 

Le calamità naturali, specie l’ultimo terremoto degli anni ’90, le aumentate esigenze delle qualità abitative della popolazione e (a mio avviso) alcune inopportune scelte politiche degli ultimi decenni hanno fatto si che lentamente ed inesorabilmente, questi quartieri siano andati spopolandosi, talché il degrado, l’incuria hanno preso il sopravvento ed alcune aree appaiono come luoghi d’una “città fantasma”. Ovunque cartelli dai colori sgargianti, con la scritta “vendesi” tappezzano muri e portoni, in un assoluto stato di abbandono. La speculazione edilizia allontana sempre più gli antichi residenti  e quelle che furono le case degli autentici ortigiani sono destinate a diventare case-vacanza, residenze estive per i tanti turisti. Tale speculazione edilizia ha fatto levitare a dismisura il valore dei (pochi) terreni e delle costruzioni in quest’area, con l’effetto di snaturarne la bellezza e l’unicità.

 

E’ questo lo scenario che ho tentato di ritrarre in questo mio progetto fotografico.

So che manca un elemento determinante: la presenza umana. 

Ma è stata una scelta volontaria. Ho voluto ritrarre, prima che scomparisse del tutto, una realtà destinata a inevitabili mutamenti, lasciandomi trasportare dalle emozioni più che dalla rappresentazione didascalica.

Più che lo sguardo del cronista, il mio è stato un approccio emotivo nel tentativo di ritrarre, più che quello che vedevo, cosa provavo: una visione “metafisica” degli spazi, il senso del vuoto, dell'abbandono. E, in questi spazi, ho percepito presenze umane antiche, ancestrali, non riconoscibili ed identificabili in nessuno degli attuali residenti.

 

Di loro, degli attuali residenti intendo, restano solo cumuli di spazzatura non rimossi, le cartacce, le lattine assieme alle cicche di sigarette sparse ovunque. Tracce d’una supposta “modernità” degradante e degradata. Unici “esseri viventi” che ho ritratto sono vegetali, sterpi, erbacce spontanee che attecchiscono tra le crepe di antichi muri, piante ornamentali allevate e coltivate nei più disparati ed improbabili contenitori. Una vegetazione a volte stentata, altre volte lussureggiante, nonostante tutto, nonostante tutti. Ed è la loro vista che dà speranza, è espressione di forza, costanza e resistenza.

 

Ho elaborato ogni immagine al fine di dare un aspetto vintage. 

E’ questo, nelle mie intenzioni, il tentativo di rappresentare una astrazione temporale, dove solo alcuni elementi (lo scooter, i condizionatori, i fili elettrici) tradiscono la loro "modernità". Altrimenti potrebbero essere immagini di 50 anni addietro, quasi un recupero della memoria dei luoghi nel tempo.

 

Comunque, le immagini di questo progetto, non vanno spiegate bensì "vissute",

nel senso che l’approccio con i luoghi, più che estetico, è emotivo. Ho cercato di sublimare il degrado, l’incuria per esaltarne la bellezza, il fascino antico. E’ stato come osservare le rughe d’una bella signora e leggerne i segni del suo vissuto, la trama della sua vita.

 

L’amore non nasce dall’estetica del soggetto, ma dalle affinità emotive che suscita in noi, dunque nella sintesi, questo può essere il senso di questo mio lavoro: l’espressione d’un intimo sentimento, una dichiarazione d’amore. 

 

SECRET#ORTIGIA

di Alfio Torrisi

Gallery

ORTIGIA, POLIFONIA DEL TEMPO

di Roberto Conz

Ortigia. Ortigia e il tempo. Il tempo che la abita. E il tempo della fotografia, anche.

Guardo alle immagini di Alfio Torrisi e non posso non pensare ad una sorta di polifonia del tempo. Una policronia, allora.

Innanzituto il tempo che le case di Ortigia ospitano. Le case così segnate, e i vicoli di pietra, i gradini, gli antri. Quanto tempo vi ha dimorato? Ogni sguardo che il fotografo posa su quei muri sembra interrogarne la vita. Le vicende. Le passioni che, sappiamo, sempre ci segnano.

E proprio quei segni Torrisi sembra voler auscultare. Il vociferare del tempo. I suoi ritmi e le sue aritmie. Che tutto ciò che vive può farlo solo dentro l’incerto. L’incerto che siamo.

E guardo a quelle crepe su cui si soffermano le immagini. Luoghi di tensioni, di conflitti dentro la materia – della materia che siamo – fino ad incrinarla, lasciando che dentro quella ferita emerga vita nuova. En la grieta creo creandome scrive il poeta cileno.

Nella crepa creo creandomi.

 

E questa indicibile durata si cristallizza poi nel mistero dell’istante fotografico. Un tempo erano i sali d’argento nella pellicola a reagire ad un istante di luce trasformandola in scrittura. Grafie di luce, appunto. Di luce e ombra. Oggi, ancora più misteriosamente, sono stringhe di un codice binario. 000110111011010111001110011... E’ la fotografia digitale. Quella che utilizza anche Torrisi. E quale rapporto esiste allora tra il codice binario e il tempo? Che questo è un ulteriore livello nella polifonia dei tempi che qui vediamo messi in scena.

 

… e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei.

 

Che, mentre guardo le sedimentazioni dei secoli, vedo una lambretta e dei panni stesi, e tutto questo è “scritto” da una stringa di numeri. Compresa la polvere che Torrisi sceglie di sovrascrivere con un filtro, o il consunto frame vintage dell’immagine. Una mimesi del tempo che si sovrappone ad un tempo realmente accaduto. Un ora che dialoga con il già.

 

Questo è, forse, uno dei tratti che più ci interrogano del contemporaneo. La capacità di tener assieme tempi così lontani.

Racconta Giorgio Agamben che di una signora elegante si diceva a Parigi nell’Ottocento: “Elle est contemporaine de tout le monde”. Lei è contemporanea di tutto il mondo, traduco, storpiando appena un poco la corretta traduzione.

Ecco: la possibilità del “nostro” tempo di operare una relazione speciale tra i tempi del vivere.

 

Alfio Torrisi non è un fotografo professionista. Non ne ha i modi, i tic, la sicurezza dello sguardo. Torrisi sembra piuttosto vagare incespicando nello stupore. Dentro privatissime epifanie rispetto alle quali ha – fortunatamente - solo interrogazioni. Da questi luoghi incerti, da questi smarrimenti, sempre, è nato il pensiero. E la poesia.

Il “discorso” abita altrove. Ed ha perduto l’incanto.

 

… per dare inizio al nuovo mondo

bisogna col flauto riunire

i  ginocchi nodosi dei giorni.

(Osip Mandel’stam)

 

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